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Sea of Dreams E’ stata aperta da Jim Bridwell, Dale Bard e Dave Diegelman nell’ottobre 1978. Jim mi ha detto che fecero solamente 37 fori in tutta la via e oggi ce ne saranno poco piu’ del doppio fatti dai ripetitori per addolcire i passaggi o perche’ alcune fragili scaglie si sono rotte con gli anni. Questa via appartiene a mio parere assieme a vie come "Il pesce" in Marmolada ad una ristretta schiera di vie del futuro le quali ancora oggi, dopo quasi 30 anni, mantengono la loro difficolta’ e anzi fanno pensare a come un team ben affiatato e allenato possa riuscire in imprese impossibili.
Nel 1997, Tom Mcmillan, Armin Fisher e Valerio Folco affrontano Sea of Dreams. Per Valerio e’ la prima volta sull'artificiale estremo di El Cap; un ricordo incancellabile: "Una fusione tra poesia e magia che va oltre la scoperta di quel nuovo, bellissimo e terribile orizzonte appena al di la’ del mondo in cui vivevo".
Aperta nel 1978 da Jim Bridwell e company, Sea of Dreams e’ la piu' famosa big wall in artificiale: "Salirla e’ un sogno che non da’ pace". Ma per uscire sul Top bisogna accettare una progressione aleatoria, cadute potenzialmente mortali, e piu’ di 400 passaggi su ganci e copperheads. E qualche dubbio affiora: "All'attacco, dove El Cap nasce dalla terra, pensavo: ma in che guaio mi sono cacciato!".
"E' un Mare di Sogni, dove l’etereo e l’onirico s'incontrano con la dura realta’ dell’arrampicata artificiale estrema". Una realta’ separata che si svela al 6° tiro: "Un pendolo appeso ad un chiodo marcio, poi una fessurina expanding per raggiungere un traverso di 15m, sprotetto e tutto in libera". Sea of Dreams e’ cosi’: "Un mondo d'incertezza e paura che puoi affrontare solo con una gran concentrazione e capacita’ di giudizio".
Una via da urlo, bella e traumatizzante: "Mi ha obbligato a lunghi momenti di tensione. E un gran sospiro in sosta non me lo toglieva nessuno!". Specialmente su Hook or Book, il tiro chiave. 35m di traverso solo su ganci, con a meta’ un pendolo che rasenta la follia pura: "Con un hook piccolo devi agganciare al volo una tacchetta invisibile: per trovarla c'ho messo mezz’ora… poi, sfinito a forza di correre avanti e indietro, sono riuscito ad agganciarmi e a proseguire sull’ultima parte del traverso, che e’ anche la sezione chiave del tiro".
Su Big Sur, unica cengia della via, ci si puo’ finalmente rilassare al sole californiano: "Guardavo Tom sul Peregrine Pillar, che immette nella sezione centrale del muro". E' l'accesso all'immensa macchia di diorite nera: "Una roccia piu’ marcia del granito; dove si sale solamente con copperheads, ed enigmatiche, lunghissime, sezioni su ganci che non riuscivo a decifrare".
Un vero viaggio a tre: "Con Tom e Armin, i miei compagni, ho vissuto un rapporto incredibile, basato sul reciproco sostegno fisico e psicologico, e sul rispetto per quei momenti in cui ognuno si chiede il perche’ di tante cose". 7 giorni in parete scanditi dai bivacchi su portaledge: "Alla fine siamo passati, ma Sea of Dreams rimane li: un muro enorme, imponente e pauroso, pronto ad accettare chiunque sappia mettersi in gioco dando libero sfogo al mare di sogni che ha dentro".
Vedi la topo
Report.
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Winds of Change
E’ stata aperta da Richard Jensen in solitaria nel 1991 con largo uso di drilled hooks e i rivetti chiamati Zicral fatti di una lega di zinco molto fragile. Questi rivetti non trattengono una caduta anche se molto breve.
Salire una via in solitaria e’ una cosa seria qualsiasi sia la sua difficolta’. Tentare una solitaria di A5 su El Capitan vuol dire conoscere bene i propri limiti e la propria determinazione. Ricordo l’emozione mista alla paura di un semplice ma impegnativo gesto che e’ stato quello di gettare la corda che mi legava alla terra; un gesto che mi ha permesso di tagliare fuori tutto il mondo che fino ad allora era stato per me una cosa naturale, e scoprirne un altro sconosciuto che era il mondo della mia mente mentre veniva stimolato dall’adrenalina, fino ad un livello di profondita’ che non avevo ancora provato . Non potevo piu’ scendere; ero solo, sperduto in mezzo ad una immensa parete di granito tanto che a stento mi si vedeva da sotto. Avevo un grosso peso sulle spalle difficile da portare, ma piano, molto piano salivo. Riuscivo a scalare solamente 60 metri al giorno, fino a che non arrivo’ una grossa perturbazione che mi costrinse a fare una delle cose piu’ pericolose della mia vita; scendere in doppia da El Capitan. Avevo scalato 10 tiri di corda e le difficolta’ erano ormai superate quando fui obbligato dal gran freddo e dalla neve che cadeva, ad iniziare la discesa. Ero in parete da 8 giorni e cominciavo ad essere stanco e in effetti la discesa, resa problematica dai lunghi pendoli che dovevo compiere per andare a prendere le soste, mi tese un tranello a 50 metri da terra. Fatto sta’ che mi ritrovai fuori dal discensore appeso con le mani che stringevano la corda e le punte dei piedi che annaspavano sul bordo di una cengettina. Ora sono qui’ a raccontarvi le mie storie e vi assicuro che nella vita non ci si conosce mai abbastanza….
Vedi la topo.
Report.
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Reticent Wall
Questa via é stata aperta nel 1996 da Steve Gerberding e compagni tra cui una “dolce signora”, in 10 giorni di arrampicata. Steve é alto 2 metri e quindi immaginatevi i numeri che si fanno per raggiungere i rivet che questo stangone ha messo sulle sezioni lisce. Reticent Wall é definita come l’ultima evoluzione dell’artificiale moderno sulla parete di El Capitan. Ogni tiro di questa via può essere classificato come l’A5 delle vie tipo Zenyatta Mondatta, Lost in america, Aurora ecc. .
Pensate dunque che intensità ha questa via. Non lascia il minimo respiro e l’impegno é sempre al massimo. Ogni passaggio te lo devi guadagnare, ogni metro salito pretende il suo tributo; tributo che si paga sostenendo situazioni stressanti e pericolose. I tiri sono sempre lunghi e hanno una media di 60 metri. Quando al mattino presto parti dalla sosta sai che arriverai all’altra quando sarà sera. Noi abbiamo impiegato 10 giorni con nove bivacchi in parete per riuscire su questa via, arrampicando dalle 6 del mattino fino alle 22:00/23:00 di sera. In questo lasso di tempo quando ci andava bene facevamo un tiro e mezzo (circa 90 metri). Reticent Wall é una via molto esigente ed estremamente difficile; mi ha prosciugato di ogni energia perdendo alla fine circa 7 chili di peso corporeo. Reticent Wall é stata una avventura irripetibile portata a termine dalla forza e dall’amicizia di due uomini che insieme hanno saputo mettersi in gioco e insieme hanno sottostato alle rigide regole di Yosemite e della progressione artificiale moderna.
Comunque io mi sono anche divertito un sacco!
Report.
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Le foto di Reticent Wall
Foto di Tuan Quang Luong, Valerio Folco e Tom McMillan
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Foto di Tuan Quang Luong, Valerio Folco e Tom McMillan
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Tempest
Info sulla via:
Tempest (VI 5.8 A4 R) 1000 metri di sviluppo, parete di El Capitan.
10 giorni di arrampicata e 9 bivacchi in parete passati assieme ai miei due compagni di scalata Bruce Bindner e Tom McMillan. 100 litri d’acqua, 30 Kg di cibo, due portaledge doppie, tre sacconi con ciascuno una corda statica per tirarlo su, più un day bag per ogni scalatore dove mettere dentro le cose che servono per il giorno (cibo, lampada frontale, gore-tex, acqua, wind stopper ecc.). Avevamo un totale di circa 270/280 Kg di materiale che tiravamo su con le carrucole autobloccanti (un gran casino di corde e una grande faticaccia!!!).
Abbiamo fatto la terza ripetizione di questa via e a parte i primi tiri sul resto della salita non abbiamo trovato materiale gia fisso in parete. Noi in parete abbiamo lasciato solo alcuni copperheads che ci sembravano buoni perché é un peccato tirarli via e poi perché si rovina molto anche la roccia del piazzamento stesso.
Molte situazioni pericolose dovute a scaglie scollate e quindi expanding e molte "bad falls" dovute a piccole cengette o facce di diedro sulle quali vai a sbattere se cadi. Il tiro chiamato "Killer Whale" non é A1 ma A3/4 R dove R sta per molto pericoloso. La scaglia finale da agganciare con gli hooks é veramente qualcosa di grande, pericoloso e terrificante. Se questa scaglia viene giù é mortale per quello che scala, per chi sta in sosta, per la valle di Yosemite e per San Francisco!!!
Abbiamo riciclato tutti i nostri rifiuti (organici e non) e li abbiamo portati tutti a valle; quindi non abbiamo gettato dalla parete neanche il più piccolo pezzettino di carta (ricordo che gettare dalla parete i rifiuti é illegale). Per la discesa, ognuno di noi aveva il suo maiale personale (l’haul bag) che pesava circa 45-50 chili. All’arrivo in fondo valle la nostra schiena era distrutta ma dentro di noi avevamo l’orgoglio, il piacere e la felicità di aver ancora una volta salito El Capitan.
Hardware:
All Hooks (including bigs and medium and standard pointed)
40 heads
15 circle heads
20 beaks (some filled)
10 rurps
15 Las
15 KBs
4 corner n° 1 e n° 2
3 corner n° 3
2 corner n° 4
3 set friends al 3.5
2 friends n° 4
2 friends n° 5
4 set aliens fino al rosso
2 set nuts
2 set micro-nuts
25 rivet hanger
10 RP hanger (keyhole)
Report.
Diario Salita.
Video.
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Le Foto di Tempest
I miei due fotografi: Jerry Dodrill e Marco Spataro
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Incontro con Tom Frost e Jim Bridwell
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Foto di Marco Spataro e Jerry Dodrill
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Storia delle arrampicate Italiane in Yosemite
Di Valerio Folco
Nel Novembre del 1958, dopo 45 giorni di lavoro ripartiti in 15 mesi e dopo aver piantato 125 chiodi a pressione e 700 normali, Warren Harding terminava con una frase la sua via del Nose su El Capitan che diventerà la prima vera Big-Wall del mondo: “alla fine non sapevo se ero stato io a vincere El Capitan o lui a vincere me.
Dopo questa incredibile performance tecnica e umana, che segna il via “psicologico” a possibili future conquiste di El Cap, in Yosemite, si alternano salite di gran classe come la Salathé di Royal Robbins a salite sulle strutture minori che toccano già a quel tempo l’A5 ( Arches Direct di Royal R. ), ma che non portano la scalata su El Cap ad una svolta importante.
Charlie Porter il biondo Canadese, scende dalle fredde terre del nord e approda in Yosemite nei primi anni 70; é definito il genio delle chiodature e sarà lui a dare quella svolta innovativa nelle salite su El Cap con l’incredibile Shield , la solitaria di Zodiac, Tangerne Trip e la formidabile Mescalito ( a quel tempo tutte valutate A4/A5 ).
Tra tutte le nuove aperture che si susseguono, spicca l’incredibile apertura in solitaria di Jim Dunn che nel 1972 sale Cosmos ( A4 ), ancora oggi poco ripetuta e molto rispettata per la sua difficoltà.
Mentre Charlie Porter cerca in tutti i modi di migliorare il record dei suoi 35 rurps messi uno dietro l’altro sulla pancia dello Shield , un altro asso della scalata opera in Yosemite: é Jim Bridwell che con la sua visione dell’impossibile e un buon cannocchiale scopre quella che diventerà la pietra miliare delle moderne big-walls; Sea of Dreams ( A5 ) aperta nel 1978, risulterà in seguito come una arrampicata artificiale avanti di almeno 10 anni rispetto a tutte le vie di El Cap e oserei dire del mondo. Terrorizzerà per molti anni gli arrampicatori che la vogliono tentare e ancora oggi é classificata tra le 5 vie più difficili di El Capitan.
Dall’altra parte del mondo
La scarsa propensione degli Italiani ad andare in Yosemite a cimentarsi con le sue lisce pareti di granito, non trova spiegazioni. Solamente pochi arrampicatori di casa nostra sentirono e sentono tutt’ora, il richiamo per questo incredibile posto. E’ pur vero però, che la nostra scuola e cultura alpinistica fosse, già dai primi anni 50, infatuata dalle grandi montagne dell’arco Alpino, della Patagonia e dell’Himalaya e credendo che questo ci bastasse siamo andati avanti così ancora per molti anni, permettendoci di snobbare l’”arte” arrampicatoria che era nata e si stava evolvendo in California. Basandosi su due valori molto semplici come un etica alpinistica molto rispettata dal singolo arrampicatore e un rispetto per la roccia che veniva posto come base di partenza prima di ogni arrampicata, gli Americani furono capaci di salire il 7° grado quando noi eravamo ancora alle prese con il 6° e avevano già sviluppato il “bouldering” tanto che un certo John Gill sembra avesse salito un masso con difficoltà di 7B gia nei primi anni 60. Le vie di più tiri venivano chiaramente aperte lungo linee di salita esclusivamente naturali per non dover forare la roccia per i chiodi a pressione.
Il nuovo mattino
La valle dell’Orco e la val di Mello sono state due “scuole” indubbiamente importanti perché ci hanno avvicinato al modo di pensare d’oltre oceano, ma sono arrivate in ritardo e oltre a questo non si sono purtroppo mai completate con quello che avrebbero sempre sognato di fare: vivere la realtà di Yosemite, vivere a Camp 4 e soprattutto scalare assiduamente El Capitan nello stesso momento del loro massimo sviluppo in Italia. Aggiungo che sono state due scuole “rivoluzionarie” e come tali snobbate e messe in un angolo senza che nessuno andasse realmente ad approfondire i concetti e il livello tecnico raggiunto. Ora quello che personaggi come Motti, Galante, Grassi, Miotti e tanti altri, hanno fatto sulle pareti della valle dell’Orco e di Mello sono lì a testimonianza del loro grande coraggio e classe arrampicatoria e centinaia di arrampicatori che hanno salito le loro vie possono sottoscriverlo.
Meglio tardi che mai
Le notizie delle incredibili scalate su questa montagna giungevano a noi anche se in maniera non troppo precisa ma giungevano; il fatto poi che i fuoriclasse dell’arrampicata Californiana fossero venuti sul Monte Bianco ad aprire vie come l’Americana al Fou e le “dirette” al Dru, doveva farci riflettere su cosa avremmo trovato a casa loro e su quanto avremmo potuto imparare dal loro pensiero e dalla loro tecnica alpinistica. In poche parole, non siamo riusciti a sfruttare l’enorme potenzialità dell’età d’oro di Yosemite (anni 60) che ci avrebbe permesso di conoscere il nuovo mondo che si stava sviluppando dall’altra parte dell’Atlantico e che avrebbe sicuramente accresciuto il nostro bagaglio tecnico.
Meglio tardi che mai; nella storia dell’arrampicata Italiana in Yosemite si possono individuare quattro periodi che si distinguono dagli altri. Il primo é sicuramente quello che vede le prime ripetizioni del Nose e della Salathé da parte di cordate Italiane, il secondo quella che io chiamo “l’era” Perlotto, il terzo le salite in libera di Maurizio Zanolla, nell’87 “ che brucia” on sight alcune vie molto dure e quarto le salite estreme del sottoscritto fatte negli ultimi anni 90.
Ma iniziamo con ordine:
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Gli anni 70
I primi Italiani che realizzarono una big wall furono i fortissimi alpinisti Giorgio Bertone e il suo compagno e amico Renzino Cosson che partirono dalla Valle d’Aosta nel Novembre 1974 alla volta di Yosemite, con l’intenzione di scalare El Capitan lungo la via del Nose. Arrivarono a Camp 4 e cominciò a nevicare copiosamente e questo si sommò alle già alte difficoltà che stavano per affrontare. L’attrezzatura era quel che era, racconta Renzino; avevamo molti chiodi perché allora i friends e i nuts non c’erano e avevamo anche difficoltà a reperire tutto il resto del materiale che ci serviva per un’arrampicata così specifica e a noi sconosciuta. Giorgio però era fortissimo e non si fermava davanti a niente.
Formavano sicuramente una coppia molto affiatata, e forte lo era anche Renzino perché altrimenti non sarebbero saliti. Impiegarono 7 giorni e 6 bivacchi in parete con temperature molto rigide per compiere quella che fu la prima ripetizione Italiana del Nose ( VI 5.10 A3 ). Dopo questa salita, in Italia si comincerà a parlare sempre più spesso di Yosemite; questo però non basterà a far nascere in qualcuno la voglia di andarci e continuerà ancora per qualche anno a rimanere una sorta di “terra sconosciuta”.
A risolvere questo problema ci penserà il Vicentino Franco Perlotto che approda in Yosemite nel 1978 con Marco Corte Colò e insieme fanno la prima ripetizione Italiana in 5 giorni, della difficile e tecnica Direct Northwest Face ( VI 5.10 A3+ ) all’Half Dome.
Nello stesso anno il fortissimo trio formato da F. Perlotto, Alessandro Gogna e Marco Preti si arrampica per 4 giorni, lungo la stupenda e difficile Salathé Wall ( VI 5.10 A3 ) su El Capitan compiendo la prima ripetizione Italiana e salendo in arrampicata libera tiri di corda pericolosi
come la Hollow Flake, che ancora oggi continua a terrorizzare gli scalatori che la affrontano.
Nel 1979 Palma Baldo, assieme a suo marito Giovanni Groaz e a Franco Perlotto compie la prima ripetizione femminile Italiana del Nose collocandosi tra le prime donne in assoluto a scalare questa parete. Giovanni racconta che in quella salita trovarono molto ghiaccio nelle fessure e molta neve sui pianori sommitali di El Cap, che li costrinse a fare il terzo bivacco lungo il sentiero di discesa.
Dopo il Nose, G. Groaz si concede la prima solitaria Italiana e forse Europea del Lost Arrows Spire ( 5.8 A2 ).
Sempre nel 79 Aldo Leviti con i compagni di scalata F. Mich e A. Savelli scoprirono anche loro il bellissimo mondo di Yosemite e si portarono a casa in 3 giorni la salita del Nose.
Il mitico campeggio di Yosemite chiamato Camp 4, raccoglie da sempre tutti gli arrampicatori che arrivano da ogni parte del mondo e si stabiliscono qui per tentare di scalare El Capitan.
Camp 4 diventa parte integrante della scalata in Yosemite. E’ una tappa obbligatoria o meglio é una parte essenziale di ogni scalata che si va a fare in giro per la valle; Camp 4 é come fosse il primo tiro di tutte le vie che ci sono in Yosemite. In questo luogo magico, di notte si sognano le pareti mentre la mattina seguente si prepara tutto il materiale ordinandolo ben bene su un telo così da mostrarlo a tutti quelli che passano; poi via, si parte, a mangiare polvere sui sentieri di avvicinamento e a soffrire di paura sulle pareti di roccia.
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Gli anni 80
E’ a Camp 4 che dormirono sicuramente anche Vito Amigoni, Ermanno Salvaterra e Sergio dalla Longa quando tra i primissimi Italiani a farlo, salirono la Salathé in 4 giorni nel Novembre 1980.
Nel 1983 Aldo Leviti e compagni, tornano in Yosemite e scalano in libera sulle più piccole strutture di fondo valle. Riescono sulla mitica Separate Reality ( 5.12a ) un tetto orizzontale di 7 metri con una fessura ad incastro e un passaggio d’uscita estremo gia provato molte volte e riuscito anche a Perlotto nell’80.
Umberto Villotta di Milano, che diventerà uno dei più assidui frequentatori di Yosemite, scopre El Capitan e l’arrampicata artificiale salendo il Nose nel settembre 1984, in compagnia del “mitico” Giuseppe “Popi” Miotti protagonista del Nuovo Mattino e dell’arrampicata nella Val di Mello.
Lo scatenato Perlotto che é ormai di casa qui in Yosemite, tenta Zodiac ( VI 5.10 A4 ) nel 1984 con il suo amico Dave, ma si fermano a metà parete e ritornano giù in doppia.
Perlotto si rifà subito, compiendo sempre nel’84, la prima Italiana di Dihedral Wall ( VI 5.9 A3+ ) su El Cap in 4 giorni accompagnato dagli amici Paolo Pezzolato e Maurizio Fermeglia.
Siamo nell’ autunno del 1986 e Bruno Tassi detto “ Camos” e il suo socio Tiraboschi tentano coraggiosamente Pacific Ocean Wall che allora forse era ancora classificata A5 e aveva più di cento passaggi su copperheads e hooks. Il Camos racconta che erano alla terza sosta di Pacific O.W. quando, due americani scendendo in doppia lungo la stessa via arrivano alla sosta dove sono fermi anche loro. Gli americani vedendo il pochissimo materiale che avevano i nostri due, li avvertono che su Pacific, in quelle condizioni rischierebbero di farsi male e li consigliano piuttosto di andare a fare Zodiac. Nasce così la storia della prima ripetizione Italiana di questa bellissima e difficile via ( VI 5.10 A4 ) che il Camos e il Tiraboschi scalano in 3 giorni.
Scesi a terra e non contenti della salita di Zodiac si lanciano sulla Triple Direct ( VI 5.9 A2 ) sempre su El Capitan compiendone una delle primissime ripetizioni Italiane.
La prima solitaria assoluta della Via Lurking Fear ( VI 5,10 A3+ ) su El Cap avviene nell’86 in 4 giorni per opera di F. Perlotto.
Andrea Sarchi e Paolo Caruso compiono nello stesso anno la prima rip. Italiana di una delle vie in fessura più belle e difficili; Astroman ( 5.11c ) che si trova sul Washington Column.
Ed é sempre nell’86 che, durante una breve visita in Yosemite, Pietro Dal Prà sale a vista Medusa che é la variante diretta a Clash of Titans ( 5.13b ) nella zona del Tenaya Lake. A detta dell’asso dell’arrampicata americana Ron Kauk che assiste alla performance di Pietro questa on sight é da annoverare come una delle migliori prestazioni di sempre,avvenuta in terra Americana.
Dalla Valle d’Aosta le guide alpine Giuliano Trucco e Walter Cazzanelli di Cervinia salgono il Nose prendendo una grossa nevicata in parete che li costringe a rimanere fermi per un giorno intero; siamo nel Maggio 1987.
Maurizio Zanolla, meglio conosciuto come Manolo sceglie anche lui il 1987 per andare in
Yosemite. Quello che riesce a fare ha dell’impressionante: con H.P. Eisendle sale il Nose in 9 ore riuscendo a salire tutti i tiri a vista a parte il Great Roof e il diedro più in alto che risulterà, per Linn Hill che compirà la prima salita “all free” essere il tiro chiave della via e oggi dopo la rottura di un appoggio classificato addirittura 8C.
Con Heinz Buhler, Manolo sale in 1 ora e mezza la prima parte della Salathé, il cosiddetto “free blast” portandosi dietro un po’ di corde da usare per fissare la parte più difficile. Giunto ad un certo punto però si accorge che queste corde non gli servono più e anzi gli sono di impiccio e decidono quindi di scendere sulle onnipresenti corde fisse delle Mammoth Terraces. Il giorno seguente, più leggeri, risalgono sempre le stesse fisse e in 7 ore salgono la parte superiore della Salathé arrampicando in libera fino a El Cap Spire e proseguendo in artificiale sulla “head-wall”.
Dopo queste performance non ha difficoltà a “bruciarsi” on sight le difficili West Face ( 5.11c )
su El Cap, la Regular All’Half Dome ( 5.12 ), Astroman ( 5.11 ) in compagnia di Mauro corona, Crucifix ( 5.12 b ) e altre, mentre rimarchevole é la on-sight su Phanton, una fessurina strapiombante dal mitico grado di 5.13a . Tutte le vie e tutti i tiri sopraelencati sono stati fatti da Manolo sempre da primo di cordata.
Tornando all’artificiale, la bellissima e strapiombante The Prow ( V 5.10 A2 ) al Washington Column viene ripetuta in prima Italiana da U. Villotta e G. Rossetti nel settembre 1988.
Timmbuktu Left ( 5.10 A4 ) é la nuova via-variante alle Timbuktu Towers di El Cap, aperta nell’88 in solitaria dal solito F. Perlotto.
La Leaning Tower strapiomba talmente tanto che viene usata dai pazzi e scatenati scalatori della valle per adrenalinici salti nel vuoto con la corda; questa liscia e difficile torre ( 5.7 A3 ) viene salita da Perlotto nel 1980 e ripetuta poi da U. Villotta e O. Meloni nel 1989. Pochi giorni dopo, gli stessi due, accompagnati dal fortissimo Armin Fisher , si concedono su Zodiac, che é stata nel frattempo aggiornata con una nuova difficoltà ( VI 5.11 A3+ ).
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Dagli anni 90 ad oggi
Iniziano così gli anni 90 e subito Perlotto tenta in Inverno la difficile Lost World ( VI 5.10 A3+ ) con Graziano Bianchi ma non riescono a terminarla.
Due forti apritori di big-wall della Val di Mello, Fabio Spatola e Paolo Covelli, salgono Zodiac, nel Maggio 1990 e in 5 giorni.
Il colpo grosso lo mettono a segno U. Villotta, R. Alberti e R. Errington che nel giugno 1991 salgono in prima rip. Italiana la panciuta e strapiombante The Shield ( VI 5.9 A3+ ) salita nel 1995 anche da Spatola e Covelli.
Nel 91 anche i Trentini Mario Manica. Denny Zampiccoli e Fabio Leoni salgono la Triple Direct .
Lurking Fear “cede” sotto all’ormai collaudato e onnipresente Villotta che la sale in 3 giorni in compagnia di R. Alberti nel Giugno 1992.
La stessa via, qualche mese dopo viene salita da G. Groaz e dalla moglie Palma Baldo che si conferma come la più attiva scalatrice Italiana in Yosemite.
I due uomini Jet Italiani sono Manrico dell’Agnola e Ivano Zanetti che salgono la Salathé in giornata nel 92.
Nel 1993, Paola Fanton, moglie di Mario Manica, non si lascia intimorire dai 700 metri del muro liscio e strapiombante della parete Est di El Cap, e assieme al marito e all’amico Fabio Leoni sale Zodiac.
Con l’esperienza gia in tasca, della prima ripetizione assoluta di Flagrante Délire ( V 6B A3 ) al Gran Capucin sul M. Bianco, Valerio Folco scopre lo Yosemite nell’ ottobre 1995 e tanto per cominciare sale anche lui Zodiac in 3 giorni e in compagnia di Mario Ogliengo.
Aldo Leviti nel 1996, ritorna al W. Column e ci rimane appeso 3 giorni salendo in solitaria The Prow ( V 5.10 A2 ). Subito dopo si toglie anche lui la voglia, come tutti gli altri, salendo Zodiac che é diventata nel frattempo la via più gettonata di El Capitan.
Lo stesso anno Pietro dal Prà scala in libera la Salathé a parte 6 tiri sulla head-wall.
Lorenzo Nadali e Maurizio Giarolli corrono su Tangerne Trip ( VI 5.9 A3+ ) uscendo sul Top in soli 2 giorni; siamo nel Settembre 1996.
Nell’ Ottobre 1997 invece, Valerio Folco riesce, tra i primi in Europa, sulla difficilissima e pericolosa Sea of Dreams ( VI 5.9 A5 ),salendo da capocordata “Hook Or Book” ( A5 ) che ne é il tiro chiave. In questa avventura e assieme ad Armin Fisher e Tom McMillan . Il trio impiegherà 8 giorni per riuscire a toccare il Top di El Capitan.
Mentre Valerio rischia la pelle su “hook or book”, Antonio Pozzi di Genova e il suo amico Matt Andrews salgono, 300 metri più a destra, la temuta e faticosa Iron Hawk ( VI 5.9 A4 ).
Un mese dopo tocca a Jim Bridwell e Giovanni Groaz salire l’impressionante e pericolosa Wyoming Sheep Ranch ( A5+ poi degradata ad A5 ), compiendone la 13^ ripetizione.
Folco, ormai lanciatissimo, ritorna alla base di El Cap nel Maggio 1998 per tentare in solitaria e prima Europea, Winds of Change ( VI 5.10 A5 ). Dopo 8 giorni di duro lavoro, Valerio ha superato 10 tiri tra cui due di A5, due di A4+ e due di A4. Per uscire dalla via gli rimangono solo 9 tiri che tecnicamente non sono più un problema, ma una grossa perturbazione con neve e pioggia lo costringe al ritorno in corda doppia.
Un mese più tardi, Giovanni Bassanini é capace di salire il Nose in 10 ore. Con le protezioni gia in posto, sale anche la fessura più famosa di Yosemite; Phoenix ( 5.13 a ). Oltre a questo si “porta a casa” alcune delle classiche dure come West Face, Astroman, Freestone e Crimson Cringe.
La “terribile coppia” J. Bridwell e G. Groaz non stanno a guardare; così, anche loro qualche mese più tardi salgono Plastic Surgery Disaster ( VI 5.8 A5 ) aperta in solitaria da quello che é definito il più forte e tecnico arrampicatore solitario di tutti i tempi; Eric Khol.
Nello stesso periodo Pietro dal Prà stupisce per l’ennesima volta l’ambiente della scalata americana compiendo la prima assoluta in salita e discesa!! del più famoso passaggio di boulder del mondo; Midnight lightning ( 7B+ ). Nei giorni seguenti sale anche i boulders King Kobra e Bruce Lee entrambi di 7C. Nei Boulder é da segnalare anche la prestazione di Luca Zardini che sale il difficile Thriller valutato 7C+.
Nel Giugno 1999 Valerio Folco non sta a guardare neppure lui, e assieme a Tom McMillan sale in dieci giorni, quella che é definita la via di artificiale più difficile del mondo.
Reticent Wall ha uno sviluppo di 1100 metri ed é classificata ( VI 5.9 A5+ ) poi degradata ad A5; sale poco a sinistra di Mescalito, in quel tratto di parete più lungo, liscio e verticale di tutto El Capitan. I due soffriranno lunghi momenti di tensione e ansia soprattutto quando Tom, nel 16° tiro rischia la vita cadendo per più di 15 metri danneggiando in maniera molto seria la sua corda di assicurazione.
Nell’ Ottobre1999 la via, da sempre più sognata e ambita di El Capitan é la classica Mescalito ( VI 5.9 A4 ), che viene salita in 8 giorni da Massimiliano “Max” Gianchini e il suo amico giapponese Sakamoto.
Nel Novembre dello stesso anno i soliti due, J. Bridwell e G. Groaz, si “offrono” una via nuova e indipendente su El Cap nella zona della East Buttress; Dark Star ( VI 5.10 A5 ) si sviluppa per dieci tiri che i due hanno salito in 7 giorni.
Molti altri arrampicatori si sono recati in Yosemite compiendo belle salite.
Tra loro va ricordato:
Il gia citato Fabio Leoni che oltre a salire le classiche big-wall su El Capitan, sale in libera Astroman, Rostrum e l’impegnativa West Face con due soli resting.
E poi ancora il Nose di Beppe Villa e suo fratello e le tante vie di Rudy Buccella.
In questo tipo di ricostruzioni purtroppo, si omette sempre di citare qualcuno; questo succede per dimenticanza o per oggettiva mancanza di notizie.
Con tutti voi, di questo, mi scuso anticipatamente.
Tutti i diritti riservati. Valerio Folco
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ZodiacZodiac é stata la mia prima big wall su el Capitan. L’ho salita assieme a Mario Ogliengo nell’Ottobre 1995 in 4 stupendi giorni di arrampicata. Per me é stata una cosa folgorante. Non avevo mai provato una simile esperienza in tutti i miei 14 anni di arrampicata e alpinismo sulle Alpi. Ero entrato in un nuovo ordine di idee. Tutto quello che oramai automaticamente associavo alla montagna era stato messo in un secondo piano perché ora nella mia mente c’era spazio solo per l’arrampicata artificale su El Capitan. Tornato a casa sognavo spesso il viaggio verso Est che mi portava in Yosemite e mi svegliavo con una voglia incredibile di essere là. In vita mia non ero mai stato attratto così profondamente dalle cose materiali come era ora per Yosemite. Non sapevo spiegare a me stesso il perché questo posto avesse un enorme energia attrattiva. Ora a 6 anni da quella prima esperienza sono maturato ma ho sempre dentro di me la stessa motivazione e passione iniziale. Penso di essere sempre stato una piccola parte integrante di quella valle solo che fino al 1995 non lo sapevo. Ora cerco di tornare ogni anno perché sinceramente Yosemite mi manca; mi manca lo stare là, non tanto arrampicare El Capitan. Mi mancano le giornate sdraiato sul prato a guardare le altre cordate impegnarsi per salire quella che io definisco il “grande sogno bianco”, la parete delle pareti;
Signore e Signori ecco a voi El Capitan.
Foto archivio Folco
Report.
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La Scala delle Difficoltà
La Scala delle Difficoltà
l'applicazione della difficolta' ad un tiro o ad una via e' e sara sempre una scienza inesatta.Il grado viene dato di solito in base alla propria esperienza. Di norma si aspetta un ripetitore che dovrebbe confermare o meno la difficolta' e solo allora ci si puo' ritenere quasi sicuri. Ma in realta' non e' cosi'. I tempi che cambiano, l'attrezzatura che migliora, l'allenamento psico-fisico sempre piu' esasperato e tanti altri fattori portano ad una ciclica rivalutazione del lavoro fatto dai primi salitori. Si capisce benissimo, allora, che il tentativo di regolare le scale delle difficolta' e cercare di imbrigliarle all'interno di confini ben definiti risulta e risultera' alquanto difficile.
L'esempio, VI 6B A4 applicato a tutte le big wall del mondo racchiude in se tre diverse scale di difficolta'. La prima stabilisce praticamente il tempo che si trascorre (o che teoricamente si prevede di trascorrere) in parete, fornendo indirettamente anche l'impegno globale della salita.
Abbiamo cosi':
GRADO I- DA UNA A TRE ORE
GRADO II- DA TRE A QUATTRO ORE
GRADO III- DA QUATTRO A CINQUE ORE DI DURO LAVORO
GRADO IV- TUTTO IL GIORNO DI IMPEGNO TOTALE
GRADO V- UNO O DUE GIORNI CON BIVACCO POSSIBILE
GRADO VI- DUE O PIU' GIORNI IN PARETE
GRADO VII- E' IL GRADO "VI" IN AMBIENTE ESTREMO CON DIFFICOLTA' SU OGNI TIPO DI TERRENO (AVVICINAMENTO, GHIACCIO ECC.) UNITO A PERICOLI OGGETTIVI ALTISSIMI.
La seconda e' la famosa scala delle difficolta' in arrampicata libera che tutti conosciamo, e che mi sembra superfluo spiegare. La terza scala e' quella dell'arrampicata artificiale che ha pero' bisogno di alcune puntualizzazioni. Il luogo dove nascono tutte le tendenze applicate a questa scala e' Yosemite, in quanto e' da sempre ritenuto la fucina di nuove idee per l'artificiale, anche perche' tutti gli scalatori del mondo lo prendono ormai come riferimento. Del resto le strutture esistenti e le perticolari condizioni di tempo stabile hanno permesso una evoluzione di questa disciplina come in nessuna altra parte del mondo. Ma questo non basta. Gli scalatori che hanno da sempre frequentato questo posto lo hanno fatto con un' etica direi rivoluzionaria che non ha fatto pero' scuola negli altri paesi. Primo tra tutti mi viene in mente il divieto, da sempre, e per legge del trapano a motore o la chiusura incondizionata per alcuni periodi di tutta la parete di El Capitan per non disturbare la nidificazione del Falco Pellegrino. E da noi?…..
Ora bisogna fare una distinzione. La scala delle difficolta' ha subito una compressione dal 1980 in poi. Si e' deciso quindi di non aprirla verso l'alto tenendo come limite tecnico l'A5 e come limite teorico l'A6. Cosa sta succedendo: le vie aperte prima del 1980 mantengono una gradazione, che e' stata comunque modificata negli anni, e sono da decifrare in maniera diversa rispetto alle vie cosidette moderne. Il confine del 1980 rimane un confine virtuale, perche' molte vie aperte dopo di esso si sono dimostrate molto piu'facili di alcune vie diciamo cosi' "della prima generazione". Le vie prima del 1980 applicavano una gradazione razionale anche se gia' inconsciamente non superavano mai l'A5. A1 significava protezioni a prova di bomba, l'A5 significava alta tecnicita' in una situazione di altissimo pericolo (caduta mortale). Ora, l'avvento di nuove attrezzature unite alla sempre piu' alta specializzazione degli arrampicatori ha fatto si che la scala divenisse compressa a tal punto che l'A5 di una volta ora e' diventato A3+ new-wave. Applicando questa nuova scala l'A5 diventa un miraggio tanto che ad oggi sembrano esserci pochissimi tiri al mondo che arrivino a questo irraggiungibile traguardo e solo uno di loro confermato dai ripetitori (penultimo tiro di Reticent Wall).
Un esempio della confusione che si é creata é quello della guida di Big Wall Americana dove sulla stessa pagina vengono presentate le vie "Shortest Straw" e " Zodiac" che salgono parrallelamente ad una cinquantina di metri l'una dall'altra ed entrambe gradate (A3+). La prima e' stata aperta nel 1990 e la seconda nel 1972. Ora, agli occhi di uno scalatore che per esempio ha appena scalato Zodiac, Shortest S. diventa appetibile perche' ha la stessa difficolta'. Lo scalatore in questione pero' non conosce la differenza fondamentale tra le due vie e cioe' la diversita' di applicazione della scala di difficolta' che per S.S. e' new- wave, e per Zodiac e' classica. In questa situazione si crea una confusione pericolosa perche' indirettamente e in maniera non visibile si presentano due vie con la stessa difficolta' che appartengono pero' a due scale differenti che implica per la via S.S. una caduta mortale e per Zodiac una caduta lunga ma non pericolosa. Il problema quindi non e' solo teorico o di discussione ma anche di presentazione. Bisogna eliminare i dubbi il più possibile rendendo molto chiaro l'argomento.
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GRADAZIONE NEW-WAVE
Premessa:
Alla A affianco la C che sta per Clean-aid climbing cioé una progressione su un tiro di artificale che si sale senza usare il martello. Le vie di artificiale possono essere salite con martello: in questo caso si parla di A.. oppure senza e allora si parla di C... : cioé con la C tutte le protezioni che si mettono devono essere piazzate solo con le mani (friends, nuts, cam-hooks ecc.).
Solo una piccola parte di vie sono state salite in Clean-aid climbing soffrendo tra l'altro di lunghi momenti di paura.
Alla C si può affiancare una F (es.C2F) per far capire che la progressione é più semplice che la pura clean-aid climb perché lungo il tiro si incontrano molte protezioni già fisse in parete.
Tra le due scale A e C non esiste conflitto e i concetti sottodescritti valgono per entrambe.
A0: Richiede uso di materiale in una quantita' limitata anche senza uso di staffe. Per esempio quando si compiono brevi passaggi, tirando 2 o 3 spit o chiodi o nuts per risolvere una sezione sulla quale non si riesce ad arrampicare.
A1 o C1: Artificiale facile e piacevole. Non richiede in particolare bagaglio tecnico anche se alcuni passaggi possono risultare impegnativi. Le protezioni trattengono cadute lunghe e di norma sono facili da posizionare. Facile da salire in clean-climbing.
A2 o C2: Artificiale moderato. Si comincia a parlare di vero artificiale. Il materiale Impiegato comincia ad essere specifico e qualche protezione puo' trattenere solo il peso del corpo. Di norma le cadute non sono pericolose.
A2+: Con questa difficolta' bisogna avere la capacita' di trovare e ricercare la direzione della via e del tiro. Al di sopra di una buona protezione ci sono da
fare alcuni passaggi consecutivi su protezioni che trattengono solo il peso del corpo. Sono possibili cadute di 10 metri in una situazione di leggero pericolo. Oggi questa difficolta' e data a vie come Mescalito o Shield (entrambi ex vie di A4).
A3 o C3: Artificiale difficile. E' indispensabile ricercare, se e' possibile, delle buone protezioni lungo il tiro in modo che arrestino una caduta. Le protezioni sono talmente marginali, che devono essere testate. Le cadute lunghe sono possibili (15-20 metri), ma di solito sono al riparo da gravi conseguenze. Per un buon arrampicatore ci vogliono alcune ore di lavoro per portare a termine tiri con questa difficolta'.
A3+: Come l'A3, ma con cadute pericolose, (oggi questa difficolta' e' paragonata
spesso all'A5 classico, cioe' quello dato prima del 1980). Da questo limite in poi
siamo nel regno della estrema tecnicita' e complessita' nel posizionare le
protezioni. L' impegno dell'arrampicatore e' massimo sotto tutti gli aspetti;
(ricerca della via, marginalita' delle protezioni, concentrazione e calma). La
capacita' di giudizio e' fondamentale per non ritrovarsi in una situazione
pericolosa. Di solito un cengia, la faccia di un diedro o una placca appoggiata
sono posizionate lungo la linea di caduta.
A4 o C4: Artificiale serio. Non si parla piu' di potenzialita', probabilita' ecc. . Qui le
conseguenze di una caduta sono gravi. La protezione che si mette e' talmente
precaria che bisogna pregare per rimanere su. I voli raggiungono i 30 metri e piu'.
A4+: Come l'A4, ma ancora piu' serio. I movimenti da fare sulle staffe devono essere
bilanciati, controllati e morbidi. Si passano normalmente dalle 5 alle 7 ore per
riuscire a terminare un tiro del genere, soffrendo per l'incertezza e la tensione.
A5 o C5: E' il grado che esprime il massimo della pericolosita'. Tutte le qualita'che deve
Avere un arrampicatore, descritte precedentemente, devono essere usate con una
Acutissima capacita' di giudizio. E' esemplare la spiegazione che segue: nessuna
Protezione messa lungo il tiro puo' trattenere una caduta anche se piccola (una
lunghezza di artificiale moderno e'quasi sempre attorno ai 60 metri).
A6: E' un grado teorico perche' nessuno e' ancora riuscito a farlo. Si tratta di salire un
Tiro di A5 come descritto sopra partendo da una sosta naturale fatta senza forare
o migliorare la roccia e che non riuscirebbe a trattenere una caduta!!!.
Questa é la gradazione dell’artificiale inventata da Jim Bridwell:
NBD = No Big Deal. Artificiale facile senza particolari pericoli (A1/A2)
NTB = Not Too Bad. Artificiale che potrà prenderti del tempo ed essere leggermente pauroso, ma non veramente pericoloso se saprai cosa stai facendo.
PDH = Pretty Damn Hard. Artificiale difficile e che ti prenderà molto tempo. Protezioni paurose per posizionare le quali avrai bisogno di molta capacità e concentrazione. Situazione pericolose.
DFU = Don't Fuck Up. Artificiale non più difficile di PDH ma che comporta una caduta mortale o veramente pericolosa.
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