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La Macchina del Tempo

Estratto dell’intervista di Federica Balteri apparsa sul N° 7del 2004 di Alp Wall

Da un’idea di Valerio Folco, condivisa con un altro giovane alpinista valdostano, Massimo Farina, e’ nato il progetto di liberare le piu’ belle vie artificiali del Caporal, in Valle dell’Orco. In un anno e mezzo, incastrando giornate di ricognizione, tentativi, documentazione fotografica e video, tra lavoro e altri impegni in montagna portati avanti separatamente, il progetto ha preso consistenza. Una bella avventura vissuta senza fretta, condividendo la passione per un certo tipo di arrampicata, e per un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato. Un’avventura che si e’ conclusa con la prima libera, da parte di Massimo, di alcuni “pezzi di storia” dell’arrampicata Italiana.

Forse non e’ casuale questo “ritorno” alla Valle dell’Orco, al luogo in cui hanno tracciato le loro vie visionarie i fondatori dell’arrampicata moderna in Italia, per “restituire” alla libera queste opere d’arte sul granito. Valerio e Massimo, hanno vissuto la rivisitazione di queste vie come un viaggio tra passato, presente e futuro, a bordo di una virtuale macchina del tempo.

La Valle dell’Orco ha tutte le carte in regola rispetto ad esempio alla Val di Mello: in linea d’aria e’ vicina a casa, poi ci piace il posto, il suo passato e il suo presente. E’ un luogo che si addice al senso del nostro progetto, perche’ e’ rimasto fermo nel tempo. Quando t’incammini nella valle, oltrepassi una barriera invisibile, entri in un altro mondo.

La macchina del tempo
Quando ti addentri nella valle Orco scopri tagli di luce, scorci, inquadrature che sembrano provenire da un altro tempo, o essere fuori dal tempo. E poi c’e’ l’arrampicata (lo spit in Valle dell’Orco non ha mai attecchito molto, e spero non attecchira’ mai nella mente degli arrampicatori che frequentano queste pareti). Le vie di una volta hanno mantenuto un fascino superiore a quelle moderne, anche perche’ sono state aperte negli anni 70 con una visione moderna. Gli anni 70 hanno rappresentato un salto nel futuro, rispetto alle vie che venivano aperte solo pochi anni prima sulle stesse pareti. E ora noi ci immergevamo in quel passato che aveva precorso i tempi. Quando andavamo su, tutti quanti, ragionavamo spessissimo di questo. Ci piaceva il piccolo balzo indietro che inconsciamente subisci quando entri in valle, e il fatto che poi continui a vivere con questo pensiero inconscio, e qualsiasi cosa guardi, la parete su cui stai scalando o quella di fronte, il fiume che scorre sotto, la vivi in questo contesto, ormai sei entrato.

Non mi riconosco nel tempo in cui sto vivendo. Ogni volta che mi trovo a guardare una foto di qualche scalatore degli anni 40 e 50 (che tra l’altro mi piacciono molto di piu’ di quelle moderne), penso che mi sarebbe piaciuto essere attivo in quegli anni, quando era tutto da scoprire. Adesso siamo stretti tra mille problemi e non c’e’ piu’ spazio libero sulle pareti, a meno che tu non vada a cacciarti in qualche posto sperduto del mondo dove bisogna avere tanto tempo e soldi per arrivarci.

Queste vie sono perfette, su cui e’ stato fatto un ottimo lavoro. Quando le feci in artificiale, pensavo come doveva essere salirle per la prima volta, cercando una linea logica su una parete sconosciuta, e mi sono reso conto che questi personaggi (degli anni 70) erano davvero molto bravi a chiodare, anche perche’ una caratteristica di queste pareti e’ di avere si’ molte fessure, ma dove sono strette sono anche generalmente poco profonde. Ora noi siamo aiutati da microchiodi, copperhead, etc, ma chiodare con chiodi normali da roccia, in modo che tenessero, equivaleva a fare delle piccole opere d’arte. Ora vedi questi vecchi chiodi per meta’ fuori e li passi perche’ pensi “han tenuto trent’anni, vuoi che non tengano proprio ora?”.

Beta e Topos


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a SX: 2° tiro (7b+) dei Comanches...
a DX: 2° tiro (6C) di Mangas...



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